Thursday, 6 November 2008

Letizia


Croce di legno, ricavata dal tronco di un albero di gelso. Il legno ha circa 60 anni ma ha assunto l’attuale forma di croce solo 3 anni fa.
Provenienza: Polignano a Mare (Bari), via Palmiro Togliatti - 24, giardino di casa.
Posizione attuale: Belluno , Via dei Molini -7, sala da pranzo della mia nuova casa.

Dai ricordi tramandatimi da mio padre, fu mio nonno a piantare l’albero di gelso, circa 60 anni fa, nell’appezzamento di terreno coltivato a conduzione famigliare. L’albero era posizionato di fronte a due abitazioni rurali (le torrette) e tutto intorno si estendeva il terreno per circa un ettaro . Le torrette erano la residenza estiva dove la famiglia di mio nonno (mia nonna, mio padre e tre sorelle), si trasferiva dal mese di aprile fino al primo novembre, per poi ritornare all’abitazione principale, nel centro del paese a raccolto concluso.
Nei piani del nonno, una volta cresciuto, il Gelso sarebbe servito a riparare la casa dai raggi del sole e dare un po’ di frescura nei caldi pomeriggi estivi. Sotto il Gelso la famiglia si riuniva per preparare le conserve che sarebbero servite per l’inverno, per fare la salsa, i pomodori secchi, i fichi secchi con le mandorle, e sistemare nelle cassette le verdure appena raccolte da portare al mercato ortofrutticolo.
Negli anni Ottanta il terreno fu espropriato per dare spazio all’edilizia popolare. Le torrette divennero la casa dove nacqui nel 1980. Di quella campagna rimaneva solo il Gelso ma la sua funzione era sempre la stessa, in estate ci riparava dal calore e, come una volta, la famiglia si riuniva alla sua ombra per pranzare. Chissà quante storie aveva da raccontare quell’albero; con i miei cugini giocavamo ad arrampicarci; mio padre appese ai suoi rami un altalena; dopo Pasqua, con gli incarti delle uova e con i teneri e flessibili ramoscelli dell’albero mio nonno costruiva gli aquiloni. E poi vi erano i suoi frutti, bianchi e dolci. Ogni anno, nel mese di giugno, si faceva la raccolta. Mio nonno aveva sospeso delle reti affinché il frutto non cadesse per terra mentre scuoteva i rami con un lungo uncino di legno. Poi si vendevano al mercato o alle gelaterie. I frutti erano pregiatissimi e si guadagnava abbastanza bene. Fu merito della raccolta dell’89 se entrò in casa mia il primo televisore a colori (680 mila lire). Purtroppo il 1989 è anche ricordato per la morte del nonno.
Pian piano tutta la città si andava espandendo verso la periferia e di terreni e giardini intorno alla mia casa non ve ne erano ormai più. Rimaneva solo il Gelso e la sua altalena spinta dal vento a testimoniare la storia di una semplice famiglia del Sud... fino a quando anche mio padre decise di costruire una palazzina proprio lì dove cresceva l’albero. Il Gelso non poteva più stare lì. Fu sradicato ma a ricordo delle famiglie cresciute alla sua ombra, dei giochi e della coesione che si creava intorno a “lui” mio padre ha fatto ricavare dal tronco 4 croci stilizzate che ha regalato a me e ai miei fratelli.
Adesso che sono sposata e vivo a Belluno ho portato questo ricordo nel salone della mia nuova casa. Non posso più affacciarmi al balcone e guardare i suoi rami al vento o le sue foglie illuminate dal sole ma posso ancora vederlo. E ricordare.
Localizzazione geografica dell’oggetto
Via Palmiro Togliatti, 24. Polignano a Mare, Ba
Via dei Molini, 7. Belluno, Bl

Ipotesi di allestimento
L’oggetto d’affezione presentato è uno scrigno vivo, come vivi sono i ricordi che custodisce. È vivo perché è in grado di adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente che lo circonda adeguando la sua forma. L’albero che custodiva i ricordi di famiglia del secondo dopoguerra è, negli anni, diventato un manufatto arricchito dei ricordi della mia infanzia. Ciò che voglio esprimere con il suo allestimento è il senso del mutare dei tempi e
delle forme nonché il tramandare i ricordi (l’immateriale) attraverso la materia. Tutto ciò crea un tendere al futuro e quindi un’aspettativa di ottimismo. Il significato universale intrinseco della croce darebbe, però, all’allestimento una sensazione sinistra che entrerebbe in conflitto con ciò che per me essa rappresenta.
L’ipotesi di allestimento da me progettata prevede una serie di tre fotogrammi. Il primo ritrae una campagna dall’orizzonte libero, in bianco e nero; al centro si erge il Gelso, unico particolare a colori. Il secondo fotogramma ritrae un’area urbanizzata, a colori, con al centro un cortile in cui il Gelso, questa volta, è presentato in bianco e nero. Il terzo fotogramma consiste in un primo piano delle mani di un uomo anziano che porgono il crocifisso alle mani tese di una persona giovane; l’intero fotogramma è in bianco e nero, in dimensioni reali e al crocifisso fotografato viene sovrapposto quello reale con i suoi colori e plasticità.
In questa sequenza il gioco cromatico assume fondamentale importanza perché gli scatti si intendono eseguiti nei momenti in cui il cambiamento è imminente: il bianco e nero rappresenta ciò che sta svanendo, il colore identifica ciò che è attuale. Il Gelso, nelle sue mutevoli forme, è la costante della memoria.

Alessandra Micoli

Il mio oggetto d’affezione

A dire la verità non mi è venuto in mente subito. Dopo aver letto le istruzioni del workshop ho dovuto pensarci un po’, la mente vagava tra oggetti e ricordi, ma pendendo per lo più verso ricordi molto intimi, e forse poco ascrivibili nella categoria.
Poi è apparso.
“Il giovane Holden” ha fatto ingresso nella mia vita nel Natale 1998.
Avevamo da poco traslocato a Milano centro, prima abitavo a Milano 2. Oltre ad aver lasciato la casa in cui più o meno avevo vissuto la mia infanzia, dovevo anche cambiare scuola, così, tra la seconda e la terza media, con tutti gli sconvolgimenti che ne conseguono, io ancora così timida, l’idea di una classe nuova, a Milano.
Lì, alle medie Parini, ancora in via Goito, all’epoca, ho conosciuto Valentina, che è poi diventata la mia “migliore amica”, poi testimone di nozze, presenza costante e confortante. Ed è Valentina che me lo regalò, il primo dei tanti regali da lei ricevuti. La dedica è forse il primo oggetto all’interno di questo oggetto, che mi riporta indietro nel tempo e nei sentimenti. I morsi del gatto negli angoli della copertina potrebbero forse essere il secondo.
Questo libro, dalla prima lettura che mi ha fatto ridere a crepapelle, mi ha poi accompagnato nella mia vita, solo materialmente ed immaterialmente.
L’ho fatto leggere a mia madre, contagiando anche lei con la passione che era in me nata per questo personaggio con cui riusciva al contempo facile e difficile immedesimarsi.
Poi è stato uno dei libri che la mia prof di italiano del ginnasio, molto poco tradizionale, ci ha fatto leggere. E la copia che conservo riporta ancora i commenti a matita fatti sullo stile letterario di Salinger, perché la prof era molto in gamba e quindi la lettura non era così tanto per leggere qualche cosa di poco tradizionale, ma per analizzare un testo letterario, lo stile, le idee.
E così l’ho letto una seconda volta.
Mi capitava poi spesso di riprenderlo in mano, perché davvero questo libro aveva la capacità di ridarmi il buon umore se ero giù di corda, o semplicemente aveva la capacità di trasportarmi altrove, farmi pensare e ridere, o magari anche piangere. Ne ho comprato la traduzione inglese, perché ormai quasi lo sapevo a memoria ed ero in grado di capire le altrimenti incomprensibili espressioni utilizzate. E questo secondo libro diventa l’appendice del mio oggetto d’affezione, perché oggetto gemello ma anch’esso con una sua piccola storia autonoma.
Quando mi sono trasferita a Siena per l’Università ovviamente l’ho portato con me, ed è così iniziata la sua transumanza. Ad ogni spostamento un po’ lungo, era una delle cose che mettevo in valigia o negli scatoloni.
Il libro è quindi stato a Marsiglia, per ben due volte, vi ha prima fatto un erasmus e quindi la ricerca sul campo per la tesi.
Nel corso del primo viaggio marsigliese il gemello inglese del mio oggetto, il “The catcher in the rye”, ha preso un’altra strada. L’ho dapprima fatto leggere ad un amico franco-americano, che tanto mi ricordava Holden. Appurato di condividere la stessa passione, decisi alla mia partenza di regalargli la parte di me racchiusa nel libro.
L’Holden italiano mi ha poi seguita di nuovo a Milano, poi a Londra, dove si è ricongiunto con una nuova copia gemella inglese (ma diversa edizione), poi di nuovo a Milano, nelle diverse case che ho abitato, quella di mia mamma, quella di via Moretto da Brescia con Giovanni, quella di via Bazzini dove aveva vissuto mia nonna, quella dove abito ora, a Melzo, con mio marito. Il quale, ovviamente, ha letto anch’egli il mio libro d’affezione.



L’oggetto d’affezione, con dedica di Valentina















Il gemello inglese

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